Capitolo 1: La panca lucida
Avevo quattro anni quando mia madre mi fece sedere su una panca di mogano nella chiesa di Sant’Agnese e smantellò con cura il mio mondo.
Il ricordo non è sfocato, come molti traumi della mia infanzia; è un’immagine nitidissima, impressa nel mio subconscio con la solidità di un fossile. Ricordo come le mie scarpe di vernice penzolassero a pochi centimetri dal pavimento e tamburellassero ritmicamente sul pesante parquet. Ricordo il profumo delle candele votive tremolanti e l’odore secco e antico dei libri di inni che avevano visto migliaia di preghiere disperate. Ma soprattutto, ricordo il bagliore giallo della luce invernale che filtrava attraverso le vetrate raffiguranti i santi e proiettava ombre cremisi e azzurre sul volto di mia madre.
Si accovacciò davanti a me, le dita soffermandosi per un istante sul colletto della mia giacca blu. Il suo tocco non tremava. Era deciso, quasi professionale. Lisciò il tessuto con una tenerezza spaventosa, come se mi stesse preparando per una presentazione alla scuola domenicale piuttosto che per depennarmi dalla lista dei suoi cari.
«Resta qui, tesoro», mormorò, la sua voce come un nastro calmo e traslucido. «Dio si prenderà cura di te ora.»