Fissai lo schermo luminoso del mio telefono finché le parole non si sfocarono. Tutto dentro di me – ogni muro protettivo che avevo costruito mattone dopo mattone, con estenuante fatica, negli ultimi sei mesi – mi urlava di digitare un rifiuto cortese e professionale. Di inoltrare la richiesta all’infermiera pediatrica di turno.
Ma ricordai il terrore puro negli occhi di Julian quando l’aveva portata dentro. E ricordai il modo dolce e pieno di speranza con cui Chloe aveva guardato la mia pancia.
“Devo andare”, sussurrai a Maya, alzandomi prima che l’istinto di autoconservazione potesse convincermi a desistere.
Il reparto di pediatria era silenzioso e in penombra, pervaso dal lieve e ritmico ronzio dei monitor. Quando aprii piano la porta della stanza 412, l’unica luce proveniva dal lampione fuori dalla finestra.
Julian era seduto sulla scomoda sedia di plastica per i visitatori accanto al letto, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia e il viso tra le mani. Spogliato della sua corazza professionale, sembrava completamente sconfitto.
Al rumore della porta che si chiudeva, alzò di scatto la testa.
“Sei venuta”, sussurrò, alzandosi così velocemente che la sedia strisciò sul linoleum.
“Sono venuta per la mia paziente”, risposi, con un sussurro difensivo.
Gli passai accanto, ignorando intenzionalmente la pesante e quasi elettrica sensazione che si provava quando gli sfiorai la spalla, e mi avvicinai al letto. Gli occhi di Chloe erano spalancati.
“Dottoressa Clara?”, sussurrò.
“Ciao, tesoro”, dissi, addolcendomi all’istante mentre le sistemavo la coperta. “Ho sentito che avevi problemi a dormire.”
Chloe allungò la mano illesa, le sue piccole dita sfiorarono leggermente il bordo del mio cappotto, proprio dove poggiava sulla mia pancia. “Volevo solo assicurarmi che il bambino stesse bene…” STORIA COMPLETA >>