Mi era stato affidato il compito di pulire l’ala est, dove si trovava la stanza di Luciano. Era una stanza spaziosa e luminosa… eppure stranamente vuota.
La prima volta che lo vidi, era seduto per terra intento a comporre un enorme puzzle, completamente ignaro della mia presenza.
“Mi scusi”, mormorai, anche se non importava.
Svuotai gli scaffali osservandolo discretamente. Era un bambino bellissimo: riccioli scuri, occhi profondi, ma afflitto dalla tristezza.
Ed è stato allora che ho notato qualcosa di strano. Luciano continuava a toccarsi l’orecchio destro. Non di proposito, ma ripetutamente: lo strofinava, si tirava il lobo, accennava un piccolo sorriso.
Passarono le settimane. Diventai quasi invisibile in quella casa. Pulivo in silenzio. Osservavo. Mi interrogavo.
Poi, un pomeriggio, mentre spazzavo sotto il suo letto, iniziò a sbattere delicatamente la testa contro il muro: tonfo, tonfo, tonfo.
Presa dal panico, corsi da lui. 👇