L’ho sentito prima di vederlo: un suono sottile e stridulo, come denti che digrignano per il freddo.
Alzai lo sguardo e vidi, vicino alla porta del balcone, un piccolo corpo rannicchiato in un angolo dove la luce della luna tremolava sul pavimento, una minuscola figura avvolta in una coperta sporca.
Per un istante, la mia mente fece esattamente ciò che era stata addestrata a fare per mesi: rifiutò ciò che vedeva.
“No”, sussurrai.
La parola suonava come una preghiera e una negazione allo stesso tempo.
“Non sei reale”, dissi, con la voce rotta dall’emozione. “Non puoi essere qui. Tu sei…” Mi fermai prima che le parole che avevo sentito per mesi potessero formarsi. Il corpo si offuscò alla voce di mio figlio. Un suono sommesso sfuggì da sotto la coperta. Un gemito. Poi una parola.
“Papà…?”