Quattro anni. Tanto mi hanno dato per aver fatto la cosa giusta. Ho visto un paio di ricchi idioti trascinare una ragazza in un vicolo e sono intervenuto. Loro conoscevano gente, io no. Loro sono stati lasciati andare e io sono stato mandato in prigione per aggressione. Per quattro anni, mi sono aggrappato a una sola cosa: il pensiero di tornare a casa, dalla mia fidanzata, Marina.
Il giorno in cui sono uscita di prigione, la prima cosa che ho fatto è stata prendere un autobus per la periferia della città, per raggiungere la piccola casa che avevo ereditato dai miei genitori. Ho percorso il sentiero invaso dalla vegetazione, con il cuore che mi batteva forte per un misto di speranza e paura. Ho inserito la mia vecchia chiave nella serratura. Non girava.
Confusa, bussai. La porta si aprì cigolando e il volto che spuntò fuori non era quello di Marina. Era una fragile vecchietta, il viso solcato da rughe, gli occhi grigio pallido spalancati dalla paura. Non poteva essere alta più di un metro e mezzo.
«Pronto?» chiamò una voce maschile dall’interno. Guardai oltre l’anziana e lo vidi: alto, magro, con gli occhi freddi e duri di chi ne aveva viste troppe. I tatuaggi carcerari sulle sue dita mi dissero tutto ciò che dovevo sapere. Mi bloccai, la mano che istintivamente portava al piccolo coltellino che tenevo in tasca. «Chi sei?» chiesi, con voce piatta.
«Potrei chiedere la stessa cosa anche a te», disse, uscendo sulla veranda. Era giovane, forse venticinquenne, con un’energia tesa che lo avvolgeva come un serpente. «Questa ora è casa mia».
Mi si gelò il sangue. «Di cosa stai parlando? Mio figlio mi ha comprato questa casa», disse la vecchia con voce tremante.
E così, all’improvviso, i pezzi di una storia di cui non avrei mai voluto far parte hanno cominciato ad andare al loro posto.
La vecchia signora si chiamava Agnes. Il ragazzo ero io, Anton. Questa è la nostra storia.
Quel giorno, ho scoperto che mentre ero in casa, la mia fidanzata Marina era venuta a trovarmi una sola volta. Mi aveva fatto firmare dei documenti – “solo per gestire la proprietà”, aveva detto – e poi era sparita. A quanto pare, ha venduto la mia casa per pochi spiccioli a un farabutto di nome Alex ed è sparita.
E Alex? Era il figlio di Agnes.
Nelle settimane successive, mentre dormivo sul divano scomodo e Agnes insisteva per condividere i suoi miseri pasti, mi raccontò come era finita a casa mia. La sua storia fece sembrare insignificanti i miei problemi.
Era il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno. Sola nella sua grande villa in città, aveva preparato un banchetto, sperando che il suo unico figlio, Alex, venisse a trovarla. Lui venne, ma non per festeggiare. Venne per dirle che aveva venduto la sua casa a sua insaputa per saldare i suoi debiti di gioco. Le preparò una sola valigia, la portò in macchina per due ore in un posto sperduto e la scaraventò nella baracca più economica e fatiscente che riuscì a trovare: casa mia. Poi se ne andò.
Da allora era andato a trovarla una sola volta, per lasciarle una busta di generi alimentari a basso costo e dirle che era troppo occupato per parlare. Le aveva portato via la tessera pensionistica, la dignità e la voglia di vivere.